Artisti / GUARANY

GUARANY. Mi chiamo Gabriele, ho 28 anni, classe 1992, e vengo dai Castelli Romani, un pezzo della mia anima e della mia musica. GUARANY è il mio progetto, dal mio cognome, che mi ha fatto sentire sempre in qualche modo diverso, come la musica. Ho vissuto con le note nel sangue da quando ne ho memoria ma ho realizzato di avere un rapporto speciale con la musica a 14 anni, come molti d’altronde, quando il mio compagno di banco si presentò il primo giorno di liceo con la gigantografia di Jimmy Page appiccicata sul diario, così è iniziata la serie di molti e intensi pomeriggi spesi e sudati sulla chitarra; e poi da lì si è evoluto tutto. Ho cominciato a suonare con molte band di ragazzi cercando solo di imparare e divertirmi sempre di più, questo era l’unico connubio possibile per stare bene, da cui ho capito che il palco è il mio ambiente naturale. Ma da un pò di tempo sento una necessità molto più forte, quella di tirare fuori qualcosa di mio, solo mio, non sono mai stato un solista, ho sempre creduto molto nella “squadra”, ma forse per tirare fuori quello che si ha dentro bisogna avere anche il coraggio di farlo da soli e mettersi in gioco in prima persona.

Ed ecco che ho pensato a GUARANY, un’idea in cui ho voluto mettere a nudo il più possibile me stesso distruggendo ogni mio schema precedente per prendere coraggio, sotterrare molti fantasmi, ma anche cantare di ciò che amo con tutto me stesso. Sono stato il secondo in tutto, per tutta la vita, questo è il mio peso più grande, ma la musica mi ha dato sempre una carezza ed una possibilità ed ora voglio restituirgliela, con tutta la forza ed il fiato che ho in corpo. Quello che scrivo è un incontro tra la voglia di tirar fuori ad ogni costo quello che non va in me, ma anche tirar fuori quello che va fin troppo bene come la voglia di vivere tanto e forte, l’intenso legame con i luoghi in cui sono cresciuto e la forte, fortissima fiducia nella speranza. Insomma vedere e avere la consapevolezza che il bicchiere sarà sempre mezzo vuoto, ma anche e contemporaneamente mezzo pieno.

Forse è l’incoscienza latente che mi fa ancora parlare in questo modo, ma si, ho bisogno di cantare.